Il centro storico di Pianella custodisce scorci suggestivi e antiche architetture, in un’atmosfera autentica e silenziosa. Una tappa imperdibile è la Chiesa di Santa Maria Maggiore, cuore spirituale del borgo e testimone del suo passato.
Pianella:
la Fertile Terra tra Nora e Tavo
In provincia di Pescara, tra il corso dei fiumi Nora e Tavo, c’è una zona di fertilissime colline dove da sempre gli uomini vivono praticando l’agricoltura. Su uno dei rilievi più alti di quest’area (a 236 metri) sorge l’abitato principale, che prese il suo antico nome proprio dalla fecondità di questa terra: Plenilia, traducibile dal latino in terra fertile. Il clima è estremamente mite, poiché a nord, ovest e sud il territorio è protetto dai massicci montuosi più grandi e alti dell’Appennino (Laga, Gran Sasso, Morrone e Maiella), mentre da oriente giunge la dolce e salubre brezza marina dell’Adriatico.
Le prime tracce di frequentazione umana risalgono al Paleolitico (a giudicare dai reperti rinvenuti circa 65.000/70.000 anni fa): nelle contrade Grotte, Pratodonico e Morrocino oltre a manufatti ricavati dal calcare (materiale naturalmente abbondante nel territorio) si possono ancora trovare schegge e scarti di lavorazione della selce. Pur non esistendo nella zona giacimenti di questo materiale, ciottoli e massi erratici con nucleo siliceo erano frequenti nei depositi alluvionali di conglomerati inerti.
Nel Neolitico, con l’inizio di agricoltura e allevamento, i nuclei abitati si fanno numerosi su tutto il territorio: sia piccoli villaggi che insediamenti su palafitte lungo il corso di Tavo e Nora.
In epoca italica Plenilia diventa un importante centro vestino, popolazione che aveva in Penne la sua capitale e occupava un territorio vastissimo, comprendente tutta l’area collinare e costiera tra Pescara e Piomba, giungendo all’interno fino alla Piana di Navelli e alla Valle dell’Aquila. L’origine del nome di queste genti sarebbe da ricercare nel prefisso ves, di origine indoeuropea, che indicherebbe luoghi ricchi d’acqua: cosa molto probabile, riflettendo sulla quasi parossistica abbondanza di questo elemento nel loro territorio. L’estrema produttività agricola e le enormi possibilità di allevamento di questa terra furono personificate in Vesta, la principale divinità delle genti vestine, dea dell’abbondanza delle messi, ma anche del focolare e della famiglia, che fece parte anche del pantheon romano.
Un lascito ancora persistente di questa popolazione è la o vestina che, secondo i glottologi, sarebbe una caratteristica fonetica da far risalire al modo di parlare in epoca preromana: il caratteristico dialetto di queste zone tende infatti, quando si trovano all’interno delle parole, a chiudere le vocali i ed e, trasformandole in o dal suono molto marcato, tanto che – per fare alcuni esempi – la stessa Pianella in pianellese stretto diventa Pianolle, la femmene (la donna) si trasforma in fommene e il verbo ieme (andiamo) in iome.
Durante il traumatico periodo che seguì al crollo dell’Impero Romano il paese si contrasse, arroccandosi sull’estremo limite occidentale della pianeggiante sommità del sistema collinare sul quale doveva trovarsi la città più antica. Un luogo molto protetto, perché isolato da pareti molto scoscese che su tre lati lo rendevano pressoché imprendibile. All’arrivo dei longobardi il potere fu amministrato da un castello che doveva sorgere nel luogo dove oggi c’è palazzo Curato-de Felici, proprio davanti alla chiesa di San Salvatore, probabilmente la più antica di Pianella.
I normanni la fortificarono nell’882 circa, dotandola di una poderosa cinta muraria (ancora in parte visibile) che da allora la caratterizzò sempre come città murata, tanto che spesso nei documenti e sulle mappe venne chiamata Castrum Planellae. Nel corso dei secoli questo suo essere considerato un paese sicuro ne favorì lo sviluppo: la nobiltà locale vi stabilì la propria residenza, divenne la sede di importanti mercati e fiere del bestiame e accentrò su di sé attività finanziarie e commerciali. Fino a quando, a partire dal Cinquecento, sia le grandi famiglie aristocratiche che i ricchissimi latifondisti del territorio la scelsero come luogo nel quale far edificare le proprie grandi dimore.
Alla regina di Napoli Giovanna II, di passaggio da queste parti nel XV secolo, è legata una leggendaria tradizione che fa risalire il nome del paese a un tipo di bassa calzatura, chiamata appunto pianella, elegante e comoda ciabattina cinquecentesca, che la sovrana avrebbe perso (le sarebbe accidentalmente caduta senza che lei se ne accorgesse) o lasciato in dono. Oggi la favolosa pianella di Giovanna II fa bella mostra di sé sullo stemma del paese, sormontata da una torre che evoca le solidissime fortificazioni.
Nel XVI secolo entrò nell’area dei possedimenti abruzzesi della famiglia Farnese, portati in dote da Margherita d’Austria, amatissima figlia illegittima dell’imperatore Carlo V. I feudi che la Madama, come Margherita amava farsi chiamare, amministrò in Abruzzo avevano una distribuzione a macchia di leopardo tra Ortona, L’Aquila, e questa zona, da Montebello e Farindola fino a Penne e Pianella. Donna capace e grande organizzatrice della macchina amministrativa, Margherita portò il livello culturale e l’efficacia dell’apparato statale dei suoi feudi abruzzesi a livelli molto più alti rispetto a quelli del restante territorio regionale.
Pianella rimase legata ai Farnese fino al 1773, quando il sovrano Ferdinando IV delle Due Sicilie, in virtù della sua forza economica e produttiva, sciolse il vincolo feudale e le concesse l’importante status di Città Regia.






